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La violenza non è un gioco: cinque progetti per una prevenzione sociale efficace

scritto da Tommaso Biganzoli

Indice

Un bando per prevenire

Lo scorso 16 luglio, durante una diretta streaming, sono stati svelati i cinque progetti selezionati per il Bando “Giovani per un futuro senza violenza – in memoria di Sara Campanella”, legato al Corso di Alta Formazione "La Violenza non è un Gioco", ed è stato proclamato il progetto vincitore. Quando parliamo di violenza di genere, il rischio è guardare soltanto alle sue manifestazioni più drammatiche: la violenza fisica, l’aggressione, il femminicidio.

Prima ci sono stereotipi e parole. Ci sono rappresentazioni del corpo e modelli di relazione. Impariamo a considerare normali gelosia e possesso. Ci sono battute che lasciamo passare e dinamiche che, qualche volta, facciamo persino fatica a riconoscere.

È da questa consapevolezza che ha preso vita il Bando nel quale abbiamo invitato giovani professioniste e studentesse, giovani professionisti e studenti, a fare una cosa molto concreta: progettare nuove esperienze di prevenzione per riconoscere e "disinnescare" la violenza di genere.

Abbiamo selezionato cinque progetti molto diversi eppure decisamente allineati. Cambiano i luoghi, cambiano gli strumenti, cambiano le età. Il filo che li attraversa, però, rimane lo stesso: provare a intervenire ben prima che la violenza sia "già successa".

Vediamoli.

Da dove comincia la prevenzione?

Il quinto classificato, “Io valgo, tu vali” di Martina Stanizzi, psicologa presso il Servizio Adozioni di Bolzano, parte dalla scuola dell’infanzia.

Il progetto accompagna bambini e ragazzi durante la crescita e cambia strumenti insieme a loro: marionette e libri con i più piccoli, cartoni animati e riconoscimento delle emozioni nella primaria, attività interattive e, con gli adolescenti, un confronto su gelosia, possesso e relazioni, temi tipici della violenza di genere.

Al centro ci sono principi semplici: il proprio corpo ha valore; si può dire di no; la persona che abbiamo davanti possiede il nostro stesso valore.

Il rispetto dell’altro non compare improvvisamente quando diventiamo adulti. Si costruisce sin dalla più tenera età.

E se provassimo a riscrivere le storie?

Al quarto posto abbiamo scelto “Riscrivere la nostra storia” di Chiara Lazzarino, studentessa all’ultimo anno di Psicologia presso l’Università di Firenze.

Lo strumento prediletti, qui, sono le fiabe.

Principesse da salvare, eroi forti, personaggi imprigionati in ruoli già scritti. Le storie che ascoltiamo da bambini non sono soltanto storie: contribuiscono anche a costruire il nostro immaginario sulle relazioni.

Il progetto parte allora dalle idee che bambini e bambine hanno dell’amore, fa emergere gli stereotipi presenti nelle narrazioni e propone infine di fare qualcosa: riscrivere la storia.

Una storia diversa, nella quale trovino spazio consenso, libertà, ascolto e rispetto reciproco.

Non si tratta semplicemente di smettere di raccontare certe fiabe. Si tratta di imparare a guardarle, discuterle e trasformarle, per aiutarci a trasformare abitudini e stereotipi della vita reale.

Il corpo non è un oggetto

Con “Sentieri di non violenza”, terzo progetto classificato e presentato da Elena Milani, studentessa di Psicologia sociale presso l’Università di Milano-Bicocca, usciamo dalle aule e ci spostiamo all’aperto.

Il punto di partenza è l’oggettivazione, soprattutto del corpo femminile: un corpo osservato e valutato in base alla sua immagine e alle attese ad essa legate.

Il progetto porta studenti e studentesse delle scuole superiori in montagna per provare a cambiare prospettiva: dal corpo guardato al corpo vissuto.

Camminare, affrontare una salita, orientarsi, collaborare. Il corpo torna a essere qualcosa con cui facciamo esperienza, non soltanto qualcosa che viene guardato.

È prevista anche la gestione condivisa di un rifugio, mettendo ragazzi e ragazze nella condizione concreta di confrontarsi con ruoli e aspettative di genere.

Perché sugli stereotipi possiamo certamente discutere. Ma possiamo anche costruire esperienze che permettano di metterli alla prova: persino mettendo zaino e scarponi.

 Il cinema può aiutarci a riconoscere la violenza?

Il secondo classificato, “Oltre lo schermo: capire la violenza di genere attraverso il cinema” di Anna Cardinali, psicologa clinica specializzata in terapia familiare, sceglie un altro luogo che conosciamo molto bene: quello delle storie viste sullo schermo.

Film e serie non si limitano a intrattenerci. Ci mostrano personaggi e relazioni, ma anche rappresentazioni dell’amore, del potere e della violenza.

Il progetto propone incontri per giovani adulti e adulti che uniscono approfondimento teorico, visione di un film e confronto collettivo, anche insieme a professionisti della rete antiviolenza.

La domanda, a quel punto, diventa molto concreta: che cosa sto guardando davvero?

Violenza psicologica, economica, sessuale e fisica, violenza assistita, stereotipi e discriminazioni diventano più facili da riconoscere quando smettono di essere soltanto definizioni e prendono la forma di una relazione e di una storia.

Ma nello sport, a che gioco stiamo giocando?

Il progetto vincitore è “A che gioco stiamo giocando?”, ideato da Giulia Casella, studentessa di Psicologia clinica presso l’Università di Milano-Bicocca.

Lo sport è gioco, crescita, socializzazione, appartenenza. È anche un luogo nel quale bambini e bambine trascorrono molto tempo insieme agli adulti.

E proprio qui discriminazioni, battute e comportamenti violenti possono essere minimizzati perché considerati semplicemente "parte del gioco".

Il progetto sceglie quindi una direzione precisa: formare gli adulti che stanno con i bambini, senza intervenire direttamente su questi ultimi.

Allenatori, allenatrici e responsabili del safe-guarding di gruppi misti tra i 5 e gli 11 anni avranno la possibilità di partecipare a tre incontri.

Il primo serve a riconoscere le diverse forme di violenza, soprattutto quelle meno evidenti.

Nel secondo si passa dalla consapevolezza all’azione: *role playing*, protocolli e strategie per affrontare le situazioni e, quando necessario, indirizzarle alle figure competenti.

Il terzo, chiamato “Tutto quello che non ci siamo ancora dette”, apre uno spazio per domande, dubbi e situazioni concrete.

Perché avere un protocollo serve. Ma prima ancora bisogna riuscire a vedere,  riconoscere e nominare ciò che sta accadendo.

 Formare gli adulti che formano

Questo è uno degli aspetti che troviamo più interessanti nel progetto vincitore.

In Psicoludia lavoriamo spesso direttamente con bambini e ragazzi. Ma sappiamo bene che intorno a loro c’è sempre una rete di adulti: genitori, insegnanti, educatori, allenatori.

Sono adulti che vedono. Ascoltano. Osservano relazioni e comportamenti. E proprio per questo possono diventare una risorsa fondamentale di prevenzione, se hanno gli strumenti per comprendere quello che sta accadendo e per sapere come muoversi.

Per questo “A che gioco stiamo giocando?” incontra bene il lavoro che Psicoludia porta avanti sulla formazione dei professionisti e delle professioniste.

Svilupperemo il progetto insieme alle autrici del progetto, con l’obiettivo di trasformarlo in un’esperienza concretamente utilizzabile nei contesti sportivi.

Il bando non finisce qui

La premiazione non è la conclusione di questo viaggio.

Tutti i progetti presentati riceveranno un feedback costruttivo della giuria, con indicazioni sui punti di forza e sugli aspetti da sviluppare. In modo da permettere alle autrici di continuare a lavorare sulle proprie idee e, eventualmente, portarle anche in altri contesti.

Come Psicoludia vogliamo provare a fare qualcosa in più. Mettere a disposizione competenze e relazioni per cercare, insieme, realtà disposte ad accogliere un progetto, collaborazioni o opportunità di finanziamento. Partiremo con il progetto vincitore, lavorando con le autrici per integrarlo nella nostra proposta formativa.  Senza perdere di vista le altre idee emerse dal bando, per promuovere nuove esperienze di prevenzione per riconoscere e "disinnescare" la violenza di genere

Perché prevenire la violenza significa, prima di tutto, lavorare prima e lavorare assieme.

Sulle parole che scegliamo e sulle storie che raccontiamo. Sul modo in cui abitiamo il corpo e sulle relazioni che impariamo a riconoscere. Al cinema, in una squadra, in una classe o lungo un sentiero.

E significa lavorare con gli adulti perché sappiano vedere, riconoscere e non lasciare passare ciò che troppo spesso abbiamo imparato a considerare "parte del gioco". Che gioco non è.

A questo link, trovate le informazioni per accedere al Corso di Alta Formazione "La Violenza non è un Gioco",

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