Mettersi nei panni degli altri: empatia e role-play

scritto da Tommaso Biganzoli

In questo articolo parleremo di come vivere un'esperienza guidata di role play sembri modificare il modo in cui le persone comprendono, raccontino e elaborino il punto di vista dell'altro.
«Secondo te come ci si sente?»
«Come potrebbe reagire?»
«Prova a metterti nei suoi panni.»
Queste frasi fanno parte del bagaglio comunicativo di insegnanti, genitori e professionisti della relazione. Le usiamo quando vogliamo invitare qualcuno a immedesimarsi nell’esperienza altrui.
Sono espedienti comunicativi importanti, che puntano ad esercitare l’empatia: la capacità di comprendere la prospettiva e il vissuto dell’altro.
Ma è sufficiente immaginare il punto di vista altrui per sviluppare empatia?
Una recente ricerca accademica incentrata sul perspective-taking, cioè la capacità di assumere il punto di vista dell’altro, suggerisce una riflessione interessante: immaginare è un primo passo, ma vivere un’esperienza guidata sembra modificare il modo in cui le persone la comprendono, la raccontano e la elaborano.
È proprio in questo passaggio che il gioco di ruolo può diventare uno strumento educativo di grande interesse.
Indice
- Quando immaginare non basta: la ricerca
- Dal pensare al vivere l’esperienza
- Perché succede?
- Cosa significa per la scuola?
- Il gioco non basta
- Perché Psicoludia si interessa a questa ricerca?
- I nostri percorsi formativi
Quando immaginare non basta
Nel 2025 un gruppo di ricercatori ha pubblicato sulla rivista scientifica Perspectives on Medical Education uno studio nato da una domanda semplice e affascinante: è sufficiente immaginare il punto di vista dell’altro per sviluppare empatia?
La ricerca è stata condotta a Taiwan e ha coinvolto 60 studenti universitari iscritti a un corso di Medicina. Il percorso sperimentale si è sviluppato nell’arco di tre settimane.
In una prima fase, gli studenti sono stati invitati a immaginare una situazione clinica assumendo prima il punto di vista del paziente e poi quello del medico curante. Dopo questo esercizio hanno scritto una riflessione personale.
Nella fase successiva, gli stessi studenti hanno vissuto quello scenario attraverso un’attività strutturata di role-play. Non si trattava di una semplice “scenetta”: chi interpretava il paziente veniva bendato, immobilizzato agli arti inferiori e assistito da un compagno nel ruolo del medico.
La settimana successiva, i partecipanti hanno invertito i ruoli, sperimentando entrambe le prospettive.
Il percorso si è concluso con una discussione collettiva sull’esperienza vissuta.
Dopo ogni fase sperimentale, i ricercatori hanno raccolto le riflessioni scritte degli studenti e le hanno analizzate attraverso un software di analisi linguistica, confrontandole anche con le valutazioni effettuate da osservatori esterni.
L’obiettivo era capire se il passaggio dall’immaginare al vivere direttamente l’esperienza modificasse il modo in cui le persone la elaboravano e la raccontavano.

Dal pensare al vivere l’esperienza
Confrontando le riflessioni scritte dagli stessi partecipanti nelle diverse fasi del percorso, i ricercatori hanno osservato un cambiamento significativo.
Dopo l’esperienza di role-play, il linguaggio utilizzato dagli studenti mostrava:
- maggiore coinvolgimento emotivo;
- una più ricca elaborazione cognitiva;
- indicatori linguistici associati alla capacità di assumere il punto di vista dell’altro;
- livelli più elevati di empatia nelle valutazioni effettuate dagli osservatori.
I cambiamenti risultavano particolarmente evidenti quando gli studenti interpretavano il ruolo della persona chiamata a prendersi cura del paziente.
La ricerca non dimostra che il gioco di ruolo “crei” automaticamente empatia. Suggerisce però qualcosa di molto interessante: quando le persone passano dall’immaginare una situazione al viverla in prima persona, cambia il modo in cui la comprendono, la raccontano e la elaborano.
Il modo in cui viviamo un’esperienza modifica il modo in cui la pensiamo.

Perché succede?
Il risultato della ricerca è confrontabile con ciò che molti professionisti dell’educazione osservano quotidianamente.
Durante un gioco di ruolo sappiamo perfettamente che ciò che accade appartiene alla finzione. Le emozioni che proviamo, però, sono reali.
È questa particolare condizione — una realtà simulata, ma un coinvolgimento autentico — a rendere il role-play così interessante dal punto di vista educativo.
Chi partecipa non osserva semplicemente una situazione: la attraversa. Prende decisioni, sperimenta conseguenze, interpreta un ruolo, osserva le reazioni degli altri e, successivamente, riflette su ciò che ha vissuto.
Il gioco diventa così uno spazio protetto nel quale sperimentare modalità differenti di stare in relazione, senza il peso delle conseguenze che una situazione reale potrebbe comportare.

Cosa significa per la scuola?
Ogni giorno la scuola affronta conflitti, incomprensioni, episodi di esclusione, difficoltà comunicative e bisogni relazionali sempre più complessi.
Chiedere agli alunni di “essere più empatici” è certamente importante.
Questa ricerca suggerisce però che potrebbe essere ancora più efficace creare occasioni nelle quali l’empatia possa essere esercitata concretamente.
È importante precisare che, in ambito educativo, parlare di role-play non significa necessariamente organizzare lunghe campagne di giochi di ruolo narrativi come Dungeons & Dragons.
Anche brevi attività strutturate possono permettere agli studenti di interpretare ruoli differenti, affrontare situazioni quotidiane, osservare il punto di vista dell’altro e riflettere insieme sull’esperienza vissuta.
Inserito all’interno di una progettazione didattica, il role-play può contribuire ad allenare competenze trasversali fondamentali, come:
- ascolto attivo;
- comprensione di prospettive differenti;
- collaborazione;
- gestione dei conflitti;
- comunicazione efficace;
- consapevolezza emotiva.
Il gruppo classe può così trasformarsi in un laboratorio relazionale nel quale provare, sbagliare, riprovare e imparare insieme.

Il gioco non basta
La ricerca suggerisce anche un altro elemento importante.
Non basta chiedere agli studenti di “fare una scenetta”.
Perché il role-play diventi realmente uno strumento educativo occorre progettare con attenzione l’attività.
Servono obiettivi chiari, ruoli adeguati all’età dei partecipanti, una conduzione competente e, soprattutto, un momento finale di rielaborazione.
Non è un caso che la ricerca non si concluda con il role-play. Dopo l’esperienza, gli studenti sono stati invitati a riflettere individualmente e successivamente a confrontarsi in gruppo.
È proprio questa alternanza tra esperienza e rielaborazione che permette al gioco di trasformarsi in apprendimento.
Senza questa fase, il rischio è ridurre tutto a una semplice recita.

Perché Psicoludia si interessa a questa ricerca?
Ci interessa questa ricerca perché offre una conferma scientifica a una convinzione che accompagna da anni il nostro lavoro.
Le competenze relazionali non si costruiscono soltanto attraverso spiegazioni, regole o raccomandazioni.
Hanno bisogno di essere sperimentate.
Per questo guardiamo con interesse alla didattica ludica e, in particolare, al gioco di ruolo.
Non perché rappresenti una modalità “più divertente” di fare lezione, ma perché permette di creare contesti nei quali emozioni, pensieri e relazioni possono essere osservati, attraversati e successivamente rielaborati.
È in questa esperienza condivisa che il gioco smette di essere semplice intrattenimento e diventa uno strumento educativo.
I nostri percorsi formativi
Alcuni dei percorsi formativi proposti da Psicoludia nascono proprio da questa prospettiva: aiutare insegnanti, educatori e professionisti della relazione a utilizzare il gioco in modo intenzionale, consapevole e pedagogicamente fondato.
Tra questi:
Fonte scientifica
Tien, M.-J. et al. (2025).
Perspectives on Medical Education.
DOI: 10.5334/pme.1482

0 Commenti