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No, in questo articolo non parleremo del fatto che sia giusto o sbagliato dire “ti amo” ai propri figli.
Parleremo di quello che è successo intorno a quella domanda.
A più di un mese dall’inizio della polemica nata attorno a un contenuto pubblicato da una celebre collega (che, nei tempi dei social, equivale ormai a un’era geologica), sentiamo il bisogno di condividere una riflessione.
In sintesi? Non crediamo che quello a cui abbiamo assistito, sia stato un buon esempio di divulgazione.
Parliamo di una polemica “nata attorno” a quel contenuto perché è da lì che tutto ha avuto origine. A un nostro commento argomentato, che esprimeva dissenso rispetto a una posizione molto netta e polarizzata su una questione complessa come il dire “ti amo” ai propri figli, sono seguite reazioni che abbiamo percepito come enormemente sproporzionate e pesantemente scomposte rispetto al contenuto del confronto.
Nel corso delle settimane si sono susseguite accuse di varia natura, a noi e a chi dissentiva, anche educatamente, dalla posizione della collega: dalla ricerca di visibilità personale, all’utilizzo strumentale del dibattito per ottenere follower, alla non titolarità del poter parlare di certi argomenti perché non siamo professioniste che vedono realmente pazienti nella loro attività clinica (!) fino all’attribuzione di motivazioni personali e risentimenti legati a presunte collaborazioni mancate o addirittura a vicende amorose universitarie. In realtà, nei giorni successivi, ci sono state ulteriori manifestazioni di malessere riguardo questo dibattito, a nostro avviso anche preoccupanti, che preferiamo non riportare perché pensiamo che siano state formulate in un momento di difficoltà della collega quindi, immaginiamo, di fragilità e a tutti può succedere.
Parallelamente, numerosi interventi di colleghe e colleghi che entravano nel merito della questione (che nel mentre ha acceso i social) sono stati liquidati come tentativi di ottenere attenzione sfruttando la notorietà altrui, senza che venissero realmente affrontati gli argomenti portati. Epiteti come “Ma non hai capito niente” o “Eccone un’altra” o ancora “Studia meglio”, “Legga i miei libri, si studi la bibliografia”, con tanto di tag all’avvocato, all’indirizzo di colleghi che provavano ad avere un confronto sul tema, epiteti questi sì sminuenti e sprezzanti della loro opinione, sono stati elargiti a man bassa.
Ed è proprio questo, a nostro avviso, il nodo centrale della vicenda.
Innanzitutto, nelle nostre intenzioni, non c’è mai stata la volontà di screditare la collega influencer, la sua preparazione o la sua professionalità. Non è nostra abitudine sminuire chi svolge la nostra stessa professione. Nella nostra visione, per chi ci conosce, e nei nostri atti, c’è sempre stato un unico punto di partenza: il rispetto della persona e la visione di una colleganza viva, collaborativa e stimolante il confronto.
Abbiamo, infatti, contestato una posizione pubblica e il modo in cui è stata presentata, non la persona che l’ha espressa.
Per quanto riguarda le accuse da lei mosse nei nostri confronti per cui, secondo la celebre collega, avevamo deciso di criticarla perché in passato aveva ignorato una nostra proposta di collaborazione, possiamo serenamente confermare che in passato avevamo proposto anche a lei la partecipazione a un nostro progetto dalla visione corale, proprio perché interessate ai suoi contenuti. La proposta non ha ricevuto risposta ma per noi questa è una situazione che capita frequentemente, e che non ha mai generato risentimento: il progetto è stato realizzato comunque e ha seguito il proprio percorso, arricchito dalla collaborazione delle colleghe e dei colleghi che hanno deciso di parteciparvi.
Nel frattempo il dibattito si è allargato. Il nostro commento iniziale è stato ripreso da diversi professionisti e professioniste come esempio di dissenso espresso in modo civile e argomentato. La discussione è stata citata anche in contesti esterni, tra cui “Vale tutto“, la newsletter più letta in Italia (a firma di Selvaggia Lucarelli) e numerosi interventi di altri professionisti e divulgatori.
Ciò che ci ha colpito maggiormente è che molte delle repliche ai commenti di dissenso, non si sono concentrate sul merito della questione, ma sulla delegittimazione delle professioniste, dei professionisti e delle persone che esprimevano posizioni differenti. In diversi casi è stata evocata una presunta superiorità scientifica di una parte sull’altra, accompagnata da giudizi sulla preparazione professionale di chi dissentiva.
Ci è sembrato un paradosso: chi denunciava di essere screditata finiva, a sua volta, per screditare, pesantemente.
Ora che la polvere si sta posando, desideriamo esprimere con chiarezza il nostro dissenso verso questo modo di condurre il confronto pubblico. Crediamo che il dibattito tra professionisti debba essere fondato sul rispetto reciproco e sulla discussione delle idee. Le idee possono e devono essere criticate, messe in discussione, contestate e approfondite, se no diventano assiomi, binari morti. Diverso è trasformare il confronto in una disputa personale o utilizzare il prestigio professionale come strumento per delegittimare chi sostiene una posizione differente.
Pensiamo inoltre che il richiamo alla “scienza” utilizzato come argomento definitivo e incontestabile sia una modalità che impoverisce il confronto. Le professioni psicologiche si fondano certamente sulle evidenze scientifiche, ma hanno anche una dimensione clinica e relazionale che richiede contestualizzazione, sfumature e adattamento alle singole situazioni, come l’argomento in questione, per la sua complessità, richiedeva.
Pubblicare contenuti sui social comporta una responsabilità, così come comporta una responsabilità assumere posizioni molto nette su temi complessi o rivolgersi a un pubblico vasto. Tra queste responsabilità vi è anche quella di distinguere tra una critica a un’idea e un attacco alla persona che quell’idea sostiene.
Infine, riteniamo che vicende di questo tipo producano effetti dannosi sul pubblico. Chi non appartiene alla professione rischia di uscirne confuso (ad esempio chiedendosi se sia giusto o sbagliato dire “ti amo” ai propri figli) oppure ulteriormente polarizzato o ancora con un etichetta di inadeguatezza piazzata in fronte.
La psicologia, invece, dovrebbe aiutare a comprendere e abbracciare la complessità, non a ridurla. Non dovrebbe offrire verdetti, ma strumenti per orientarsi nelle sfumature dell’esperienza umana. Non elargire patenti di bravura ma aiutare ad abitare la complessità. Essere un terreno di confronto, ma soprattutto di cura e attenzione.
È proprio questo che ci chiediamo, guardando a quanto accaduto: dove sono finite la cura e l’attenzione dentro uno scontro che era nato come confronto?
Annalisa e Simona
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